chi sono
Duale, a volte in maniera drammatica, ho imparato negli anni a vivere con me stessa. Adesso dormiamo in letti gemelli senza più il bisogno di erigere muri per evitare le ostilità.
no
Perbenismo, ipocrisia, malafede.
sì
Provo ad amare me stessa: tutto il resto verrà dopo. Forse.
Abbiamo avuto scosse di assestamento ed altre ne avremo. L'importante sarà non perdere l'appiglio alla zattera, e la volontà di non lasciarsi sommergere dai neri flutti delle condizioni esterne, francamente avverse.
Mi chiedo se il nostro bene immenso basti. Tu credi che sia così oppure, come me, nel buio e nel silenzio della notte ti fai ghermire da mille dubbi e pensieri molesti?
Ho voluto rivedere le foto del tuo bimbo. Adesso mi fanno meno male: ho accettato l'idea e mi dico che non ami sua madre, ma ami me.
Sia chiaro: la cosa che più vorrei al mondo sarebbe starti accanto, ma non mi metterò mai fra te e le persone alle quali sei comunque legato.
Ogni bambino ha bisogno dei suoi genitori, e deve bastarmi l'esempio di mio figlio, cresciuto in una famiglia scoppiata.
Non voglio che bambino alcuno soffra quello che lui ha sofferto. Non a causa mia.
Poi, come si dice, non mettiamo limiti "alla Provvidenza", anche se ho la presunzione di sapere come andrà a finire. Sai che cosa mi consola? Che non durerò tanto.
Niente da dire, niente che vada oltre il detto e ridetto. Niente di nuovo. Mi lasci, mi prendi, mi rilasci e mi riprendi. Sono una pallina di gomma e tu la mano che la scaraventa per terra, e la guarda rimbalzare quasi con una punta di sadismo. I miei errori li ho sempre pagati e continuo a farlo, i tuoi si son vestiti d'ineluttabilità e di doveri familiari.
Ma che palle, lasciamelo dire. Se fossi un'altra, quell'altra che sonnecchia, da qualche parte, dentro di me, ti assesterei un metaforico calcio nel sedere, e proseguirei, dritta, per la mia strada, dopo essermi scrollata un po' di polvere di dosso. Ma l'altra è in coma, a quanto pare, e per adesso non mi rimane altro che fare i conti con la "me" più debole e buona, quella che continua a dare a tutti un'altra possibilità.
Ma verrà il giorno in cui sarò finalmente stanca. E allora sarà festa grande.
Ho delle idee fisse. Magari sbagliate, ma sono i pensieri che, quando non diventano rovelli, mi danno una spinta ad andare avanti, ad alzarmi, al mattino. A volte perfino a fissarmi nello specchio, dicendo a me stessa che ho sbagliato tutto, e che sto continuando a farlo.
Ho ricevuto male, e male voglio rendere. Anche se quello avuto non è stato volontario. Anche se.
Devo tirarmi fuori da una palude senza senso che mi sta tirando sempre più giù. Lontano, via dal suo viso e dal ricordo di qualcosa che, in fondo, non ha più ragione di esistere. Anche perchè non esiste più, se non come simulacro di quello che è stato.
Non mi basta. Non voglio più vivere di briciole o ricordi. Non accetto un ruolo da comprimaria, peggio, da comparsa. Sono primadonna, e tale tornerò ad essere. Di sicuro altrove. Di sicuro con un altro. Al peggio da sola.
Ma non con lui, a nutrirmi di quello che, normalmente, si lascia sui davanzali, per i piccioni.
Non merito questo.
La luna incomincia a calare. Come il mese scorso. Come sempre. Qualcuno ha detto che il mio amore è una forma di ossessione. E il terrore folle di perdere lui per sempre, aggiungo io. Altrimenti che borderline sarei?
Tutti i giorni, e tutte le notti, quasi sempre insonni, faccio i conti con questo sentimento che mi frulla l'anima e la riduce in poltiglia.
Prendo il telecomando: mi trovo faccia a faccia con Gabriele La Porta.
Spengo e torno alla tastiera: meglio un po' di buona musica in sottofondo, almeno finchè decido di rimanere qui, a gironzolare per blog e siti vari.
Se, almeno, potessi chiudere gli occhi e riaprirli domattina, senza interruzioni o incubi, sarei già moderatamente paga.
Il nostro amore è un malato terminale, ma non un malato di quelli che si conoscono poco e per i quali, tuttavia, si prova tanto dispiacere.
Il nostro amore è un moribondo carissimo che vorremmo far sopravvivere, alimentare, curare nonostante sappiamo che non ci sono speranze.
Anche lui, l'Amore, divenuto ormai soggetto corporeo, soffre le pene dell'inferno e sa che non durerà ancora a lungo.
Ma non vuole morire.
Soffre e, in silenzio, spera che un miracolo lo tenga in vita, che lo salvi, che gli restituisca anni di vita dignitosa, magari serena.
Sa che, morto lui, noi ci disperderemo lungo strade tracciate per noi da un Dio malevolo e bizzarro, in direzioni opposte.
Si potrebbe tentare una cura estrema e, forse, efficace, ma questa cura comporterebbe il sacrificio di altre vite.
Che fare?
Lasciarlo morire disperato o, con coraggio, somministrargli una dose letale di morfina?
Bisognerebbe riuscire ad entrarci, in una mente malata. Almeno per farsi un giro, o cambiare aria. Oppure in una vita sbagliata, per provare a capire in quale momento il treno iniziò a deragliare.
E' che alle perversioni non c'è mai limite. Puoi tenerle a bada per anni, buttarle fuori della porta a calci. Torneranno. Prima o poi te le ritroverai impigliate fra i capelli, infilate nelle narici e in ogni altro orifizio, spalmate sul viso con la crema antietà.
Io e la gemella sana. Anni di botte da orbi. Poi la separazione. Consensuale.
Cosa mi spinge a voler guardare negli occhi la donna che usa la tua stessa forchetta (volendo), la responsabile del profumo delle tue camicie e la fattrice di quel pupo biondo che pare Gesù Bambino? Quale oscena devianza mentale mi fa tenere gli occhi fissi su te e lei insieme, stesse iridi chiare, stessi sorrisi di circostanza, ma vicinivicini?
Dovrei odiarla? Invece umanamente la comprendo, e la guardo, la guardo, la fisso con i miei occhiacci scuri nelle sue iridi da fata buona e penso che posso farle male davvero, portarle via tutto quello che ha. Potrei. Se volessi. E vorrei tanto. Ma non posso.
Nemmeno una fottutissima macumba, un rito voodoo con un'esplosione di spilli, di quelli carini, con le capocchie colorate. Quelli che ho conficcati nel cuore senza che nessuno sappia quanto sangue sto buttando via, insieme a brandelli di anima.
Non posso avere il controllo di tutto quello che vorrei.
Ho assimilato il concetto in tempi relativamente recenti, dopo l'ennesima randellata sul muso.
Se provo amore, e bianco su nero è più incisivo che nero su bianco, devo, DEVO lasciare che la parte corrisposta di questo sentimento camuffato da ossessione possa fluire in libertà, senza vincoli o costrizioni.
E' un arduo esercizio di autocontrollo: virtù, questa, che una volta non mi apparteneva.
Cosa ho da darti? Direi "la vita", se le parole non risuonassero eccessive e retoriche.
Eppure so che è così, so che oggi ho capito molte cose, so, finalmente, di essere pronta a lottare per te.
Peccato che adesso ogni sforzo sia inutile: hai scelto, ed io sono fuori.
You've choosen, You've had.
Puoi volermi vedere aleggiare intorno alla tua casa come una farfalla, o un ectoplasma.
Intorno alla tua casa piena di amore formale. Ma non mi permetteresti di entrare a profanare il Tempio, nè io lo vorrei mai.
So di essere un mondo a parte.